Salute Pubblica

Salute Pubblica riunisce un gruppo di studio permanente che vuole mettere in luce il significato reale di Salute. La Salute è Pubblica perchè diritto fondamentale di tutti. Diritto che deve essere tutelato nella realtà lavorativa, sociale e ambientale in cui ciascuno di noi vive ed opera. La Salute è determinata non solo dalla conoscenza tecnico-scientifica ma soprattutto dal sapere delle persone, di tutti noi, in quanto titolari della Salute stessa.

Salute Pubblica, pertanto, si propone di raccogliere e dare voce ai saperi soggettivi che provengono dal vissuto concreto sì da portarli a livello di sapere ufficiale. Sapere ufficiale oggi fin troppo conformato alle logiche liberiste dominanti.

Salute Pubblica è un'associazione autofinanziata non riceve contributi pubblici nè da imprese commerciali ed industriali ma solo da privati cittadini.

Domenico Brattoli

Una testimonianza di un insegnante meridionale che negli anni '70 conobbe il gruppo di Castellanza animato da Giulio Maccacaro e la rivista SAPERE*.

"Fu il trauma della morte di papà ad aprirmi gli occhi.A fine giugno del 1973 gli diagnosticarono una neoplasia polmonare, a novembre se lo portò via un infarto.Era un pezzo d’uomo alto e massiccio, mori’ che pesava cinquanta chili, con i polmoni pieni di sostanze nocive.Intanto la bussola della mia vita puntava verso nord:militare a Casale Monferrato nel 1974 e primo incarico di insegnamento al corso serale del Professionale “Bernocchi” di Legnano a ottobre del 1976.Quando arrivai a Legnano dalla Puglia, a Seveso e Manfredonia le nubi velenose avevano già dispiegato i loro mortiferi effetti sulle persone e sull’ambiente.Nel 74 avevo letto i primi numeri della nuova serie di Sapere diretta dal professor Giulio Maccacaro, soprattutto alcuni articoli sugli operai della Montedison di Castellanza che trovai straordinariamente interessanti. Determinato a conoscerli, a novembre incontrai, nella sala del dopolavoro Montedison, alcuni del gruppo P.I.A. (Prevenzione e Igiene Ambientale) del Consiglio di Fabbrica che collaborarono alla monografia su Seveso (da leggere il primo articolo della monografia, scritto da loro in collaborazione con B. Mazza e V.Scatturin), e che Maccacaro ,nel primo numero di Sapere, chiama “gli operai della scienza”:Mara, Cova, Lepori, Rebellato, Marazzini, Colombo e altri di cui non ricordo il nome.Negli anni successivi invitai spesso alcuni di loro a scuola per incontri-dibattito sulle problematiche ambientali. Mara fu il più assiduo:gliene sarò grato per sempre.Egli,a proposito di Seveso, ci parlò spesso delle difficoltà a ricostruire il ciclo produttivo della Icmesa, da cui si sprigionò la nube contenente diossina; degli incontri semi clandestini con gli operai, che non volevano esporsi, in alcuni bar; della costituzione del comitato popolare; delle telefonate di Maccacaro al professore vietnamita Ton That Tung esperto di patologia umana e animale da diossina.Mi ero ripromesso, nei primi mesi del 77, di incontrare all’Istituto di Biometria e Statistica Medica a Milano, proprio Giulio Maccacaro l’altra colonna portante di Sapere.Ma questi mori’ improvvisamente il 15 gennaio del 1977 mentre era in riunione con Luigi e gli altri componenti la redazione, intenti a preparare il primo numero della rivista”Epidemiologia e Prevenzione”.”L’infarto lo colpi’ in mia presenza”mi disse Mara”Giulio mori’ tra le mie braccia”.Il mio più grande rammarico è di non averlo conosciuto.Sono invece grato al destino che ha ordinato i fili della mia vita in modo che incontrassi i compagni di Castellanza e li frequentassi per anni, apprezzando, dalla loro viva voce, l’invalutabile valore della loro esperienza e della loro scienza del lavoro.Buona parte del rigoroso lavoro scientifico svolto sul campo, sui cicli produttivi, per una nuova scienza dal basso, con la partecipazione della gente è da divulgare.Non certo per demerito loro, ma per il fattivo “impegno” delle forze politiche, sindacali e culturali, sia di destra che di sinistra, che-come diceva Mara-con “spietata cattiveria”hanno cercato di cancellare un’esperienza unica, la punta di diamante dell’intelligenza operaia, non solo italiana. Giganti, questi operai e i tecnici che collaborarono con loro, in confronto alle gelatine del panorama politico, sindacale e culturale italiano. Altri miei ricordi di prima mano…Al Simposio internazionale”Rivalorizacion Social de la Ciencia” a Città del Messico del 1979, partecipò Angelo Cova presentando la relazione del Gruppo P.I.A. del C.d.F. della Montedison di Castellanza. Alla fine del suo intervento fu inondato da interminabili applausi e uno psicoanalista argentino, commosso, corse ad abbracciarlo sul palco. Nel 1991 tornai in Puglia e purtroppo li persi di vista per anni, anche se continuavo ad essere un attento lettore di Medicina Democratica. Li rincontrai a Brindisi il 18 ottobre del 2008 durante il Congresso Nazionale di Medicina Democratica,organizzato dai referenti pugliesi di M.D., il dottor Fernando D’Angelo e il dottor Maurizio Portaluri. Avevano qualche capello bianco in più, ma erano pieni di energia e battaglieri come sempre, sul fronte di una regione con gravi problemi ambientali.In quell’occasione dissi a Mara che meritava non uno, ma venti premi nobel.Lui volle che registrassi una testimonianza sulla mia esperienza a scuola.E siamo ad oggi, 2016. Giovedi’ 12 maggio, come un fulmine, mi è arrivata la notizia della morte di Luigi Mara:una perdita incalcolabile, un vuoto incolmabile. Ma il suo testimone di una ideale staffetta è li’ che aspetta di essere afferrato. Anzi è stato già afferrato dai tanti movimenti di lotta, che lui generosamente, come perito di parte civile, aiutò e stava aiutando con il suo impegno e la straordinaria conoscenza dei cicli produttivi e delle sostanze nocive. Questi movimenti, attivi e combattivi, in varie parti d’Italia lottano per un mondo migliore contro la distruttiva e spietata logica del Finanzacapitalismo."

*Il numero dedicato dall'incidente di Seveso è scaricabile da questo link

http://www.mediafire.com/download/ked8vwe38syjbsk/Sapere_Seveso_1976.pdf

 

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Nel gennaio 2016 ARPA-Puglia ha pubblicato il rapporto dal titolo “Valutazione modellistica della qualità dell’aria nella regione Puglia – Anno 2013”, nel quale sono riportati i risultati di modelli matematici impiegati per valutare la qualità dell’aria in tutta la regione Puglia. I modelli matematici integrano le informazioni delle centraline di monitoraggio laddove queste non sono presenti o per quegli inquinanti che non rilevano.

Il modello utilizza i dati dell’inventario delle emissioni, nel quale per ogni macrosettore di attività economica, per esempio produzione di energia, industria, agricoltura, incendi, riscaldamenti e trasporti, sono riportate le quantità di inquinanti emesse. Dall’inventario, si evince che: il settore industriale è il maggiore responsabile della emissione di monossido di carbonio, diossine, piombo, cadmio, arsenico e mercurio; le aziende di produzione di energia elettrica sono quelle che emettono più anidride solforosa e nichel; il riscaldamento insieme con il settore rifiuti è responsabile delle maggiori emissioni di PM10.

Per l’area di Brindisi, i risultati mostrano concentrazioni elevate di nichel. L’analisi specifica per la centrale di Cerano mostra ricadute che interessano buona parte della penisola salentina. Inoltre, Arpa stima un contributo di circa il 30% della centrale alla concentrazione annuale di anidride solforosa, sostanza che uno studio condotto a Brindisi ha correlato con un incremento di rischio di malformazioni congenite.

Per l’area di Taranto e Brindisi, le industrie sono le responsabili principali delle emissioni di piombo. In corrispondenza dell’area industriale di Taranto, il modello stima le concentrazioni più elevate in Puglia di PM10, con un numero di superamenti giornalieri che è maggiore di 35. Anche per le diossine e il mercurio, è Taranto la città pugliese con i valori più alti.

Nel rapporto non mancano le sorprese.

In alcuni comuni del brindisino, in particolare a Mesagne e a Latiano, alcuni inquinanti sono stimati in concentrazione superiore alle aree industriali di Brindisi e Taranto. Nei due comuni, è particolarmente critica la stima della concentrazione del Benzo(a)pirene, sostanza classificata dall’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro (IARC) come cancerogena certa. Il modello di Arpa-Puglia, infatti, stima valori superiori all’aria industriale di Taranto e al valore obiettivo annuale di 1.0 ng/m3 indicato dalla legge (D.Lgs. 155/2010). Gli autori del rapporto attribuiscono i superamenti alla combustione di biomassa. Al contrario, nell’area di Torchiarolo, dove vieneregistrato il maggior numero di superamenti di PM10 in Puglia, nel rapporto non viene segnalata alcuna criticità, probabilmente a causa della bassa risoluzione del modello.

Non è il caso di verificare, con campagne di misura, gli elevati valori di benzo(a)pirene stimati a Mesagne e a Latiano al fine di individuare eventuali azioni di protezione della salute pubblica?

Nello stesso tempo, non è il caso di verificare se lo strumento modellistico utilizzato sia attendibile nella gestione della qualità dell’aria anche in Puglia?

 

Il link al rapporto: http://www.arpa.puglia.it/c/document_library/get_file?uuid=cdaf5c8c-db5c-4004-b0f1-27c2149defff&groupId=13883

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Probabilmente la frequenza delle stragi sta contribuendo a indurre un fenomeno di “assuefazione”: migranti, lavoratori, pendolari o inermi cittadini; crimini di guerra e di pace ormai “non si contano”.

Siamo tutti un po’ disorientati, nel focalizzare la attenzione sulla martoriata Puglia –dove solo poco tempo fa morivano di fatica alcuni braccianti sotto il sole cocente di un lavoro pagato alla maniera schiavistica- mentre ci stavamo interrogando sul che fare per rompere il silenzio in occasione dell’anniversario della strage di Modugno, è arrivata quella della linea ferroviaria tra Andria e Corato con ancora più morti!

Né abbiamo taciuto sulla strage di Andria che ha mostrato come si sia riusciti ad affossare le speranze di cambiamento che il paese ha respirato negli anni settanta del secolo scorso;

anni in cui si aspettava che alcune grandi riforme fossero messe in pratica, ci si aspettava che le Usl riuscissero a disegnare la mappa dei rischi presenti nel territorio e nella fabbriche per contribuire, tutti insieme, a garantire le condizioni di sicurezza preesistano all’avvio della attività lavorativa (per usare il linguaggio di Guariniello) e non siano soggette a quelle “deroghe” che, come abbiamo visto, sono foriere di stragi e di lutti.

Non abbiamo taciuto sulla “evitabile” strage ferroviaria di Andria, anche se le nostre parole si sono forse perdute nel vento, così come non abbiamo intenzione di tacere neppure su Modugno:

abbiamo visto nella strage del 24 luglio il segno di un modello di “sviluppo” sbagliato che fa affidamento sulla produzione di merci nocive, inquinanti e pericolose;

Modugno è un territorio non “nuovo” a “scelte” produttive di questo genere; abbiamo ricordato un anno fa la drammatica vicenda della Tecnovar fabbrica di mine antiuomo o, come abbiamo detto senza volontà polemica , anti-bambino; aperta con finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno ha seminato mutilazioni e lutti in tutto il pianeta; queste dopo averle vendute le abbiamo bonificate ? Quante? Silenzio di tomba, da parte delle istituzioni;

così la rimozione continua ad essere la cifra anche della strage della fabbrica dei fuochi artificiali del 24 luglio. sarà ricordata?

Sarà ricordata come quella di Marcinelle, della Tyssenkrupp, della Eternit, della Icmesa di Seveso e come le innumerevoli altre che si sono consumate nella storia della società industriale dall’800 a oggi ?

Diciamolo con franchezza: un ruolo facilitante della rimozione consiste nel fatto che nella strage di Modugno non vediamo i tradizionali parametri della contraddizione capitalistica tra padrone e operaio? I morti della strage di Modugno sono morti di serie B?

Siamo in difficoltà perché dobbiamo cominciare concretamente a criticare una “merce” il che significa criticare il nostro modo consumistico di vivere e di gestire il tempo libero e gli spettacoli?

Le vittime sono state o saranno risarcite? O i risarcimenti saranno impossibili per “fallimento” dei datori di lavoro? In Italia ci sono numerosissimi di questi casi: ma in questi casi, a nostro avviso, deve subentrare lo Stato a risarcire visto che le istituzioni non sono state in grado di garantire controlli e prevenzione.

Continueremo a produrre e consumare fuochi artificiali? Con quali precauzioni?

SONO “MIGLIORATE” LE CONDIZIONI DI SICUREZZA IN QUESTO COMPARTO PRODUTTIVO DA QUEL TRAGICO 24 LUGLIO 2015?

COSA SI E’ FATTO DI CONCRETO OLTRE A GRIDARE L’ORMAI SOLITO E RITUALE “MAI PIU’”?

Oppure ci limiteremo ad autoinquinarci trasferendo però il rischio della produzione in paesi terzi (Albania e Cina?)

Il sindaco del Comune chiese di sapere, dopo che la fabbrica era saltata in aria, se vi fosse del cemento-amianto nelle strutture; non si doveva saperlo prima e, eventualmente, non lo si doveva rimuovere prima, stando che la scelta più saggia è quella di bandirne la produzione e l’uso?

In questi mesi abbiamo tentato un dialogo con gli “utilizzatori” di questa merce; certo lo abbiamo avviato a partire da una posizione di critica radicale e questo, certo, non facilita: parroci, organizzatori di sagre paesane, pro-loco: nessuno ha risposto; pare più facile da gestire la “rimozione” che non il confronto.

Non vogliamo indulger in “facili” critiche; sappiamo di una fiaccolata di solidarietà che si è tenuta qualche settimana dopo la strage, sappiamo del conto corrente per il sostegno economico alle vittime, sappiamo di discussioni a Bisceglie sulla inopportunità di “insistere” sui fuochi artificiali.

Nonostante questo quello che risulta inquietante e sorprendente, anche rispetto ad altre stragi sul lavoro o nella vita quotidiana, è la percezione fortissima di una tenace e inquietante rimozione.

Facciamo appello perché in tutta Italia, nel corso della mattina dell’anniversario, si osservino 10 minuto di silenzio ovunque singole persone o gruppi vorranno aderire a questa proposta e che si mettano alle finestre e ai balconi drappi bianche con la scritta “basta fuochi artificiali” “basta merci nocive”;

DIECI MINUTI DI SILENZIO PER RICORDARE LA STRAGE DELLA BRUSCELLA FIREWORKS E PER RICORDARCI DELLE NOSTRE , COLLETTIVE , RESPONSABLITA’.

Boicottiamo la produzione di merci nocive ogni giorno e in ogni parte del pianeta.

Vito Totire

Circolo “Chico”Mendes

Centro per l’alternativa alla medicina ed alla psichiatria Francesco Lorusso

Associazione esposti amianto e rischi per la salute

Comitato pacifista per il bando della produzione merci nocive

Archivio “No fuochi artificiali”

Associazione Salute Pubblica

PER ADESIONI E CONTATTI:

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Vito Totire*

Sulla evitabilità della strage di Andria è stato già detto quasi tutto. La adozione del sistema SCMT (Sistema Controllo Marcia Trano) avrebbe evitato la strage.

Ho sentito parlare la prima volta di questo sistema nei primi anni duemila quando i macchinisti delle ferrovie -peraltro bersagliati tragicamente dalle esposizioni ad amianto- ne parlavano come alternativa al sistema tristemente noto come “uomo morto”.

Questo consisteva nell’ obbligo , per il macchinista, di azionare in continuazione un pedale onde rassicurare il “sistema” circa la sua condizione di veglia e di attenzione; l’idea dell’azionamento coatto del pedale nasceva dalla scelta economicistica delle ferrovie di passare al macchinista unico, cioè un solo addetto alla guida del mezzo, per “risparmiare”.

Il sistema “uomo morto” cadde fortunatamente in disgrazia in quanto ritenuto dai lavoratori anzitutto, poi anche da medici e psicologi del lavoro , da ergonomi ed esperti, un sistema fonte di distress e nocivo per la salute psicofisica del macchinista, idoneo anzi a distrarlo dal suo compito principale: condurre il mezzo concentrandosi sulla strada (anche per la necessaria attenzione agli “imprevisti” fisici e umani). Fu in quel contesto che si iniziò a parlare di SCMT, un sistema di vigilanza alternativo all’uomo morto, efficace anche nella malaugurata circostanza del colpo di sonno o del malore o, peggio, dell’infarto del macchinista (è successo anche questo, trattandosi di lavoro molto usurante-ancorché oggi disconosciuto dalle istituzioni e da un iniquo sistema pensionistico ).

Per chi , come me, ha seguito il dibattito giuridico negli ultimi decenni, era acquisito e fortemente condiviso quanto Guariniello ed altri giudici italiani hanno sostenuto, coerentemente con il principio costituzionale del diritto alla salute: l’unico limite alle misure da adottare per la sicurezza è la fattibilità tecnologica; se esiste una tecnologia (allarme, sistema bloccante , circuito chiuso, ecc.) questa deve essere adottata; l’entità degli oneri economici, spesso invocati per temporeggiare, non devono essere considerati un ostacolo alla sua concreta e immediata adozione ;

anche una organizzazione del lavoro non ergonomica deve essere rifiutata in quanto terreno di coltura favorevole all’accadimento di infortuni; pensiamo alla strage dell’autobus in Spagna che ha ucciso le studentesse: bisogna smetterla di considerare accettabile che un lavoratore (autista) lavori guidando una intera notte, per poi attribuire il cosiddetto “incidente” al “malore” dell’autista.

Ma allora cosa non ha funzionato ad Andria? E’ venuta meno la coerenza rispetto alle norme della convivenza civile grazie anche alla voluta proliferazione di “enti di controllo” che non hanno controllato nulla e che anzi hanno poi fatto ricorso a mediazioni, compromessi e deroghe: per qualcuno evidentemente la vita dei cittadini pendolari su linee locali vale meno di quella di altri ;

viceversa il quadro procedurale a tutela della prevenzione e della sicurezza è chiaro: la Usl dal 1978 ha tra i suoi doveri quello di disegnare la mappa dei rischi presenti nei luoghi di lavoro e di vita (art.20 legge 833/1978) ; questa mappa è stata disegnata per l’area che è stata teatro della strage di Andria ?

Oggi, correttamente, le Asl si occupano di prevenzione e riduzione del rischio autostradale; perché questo disinteressamento, a vote generalizzato, per le ferrovie? Ovviamente la domanda è retorica.

Su questo abbiamo già avuto modo di tentare il dialogo con le istituzioni politiche nazionali, senza ottenere nessuna risposta.

Se fosse stata disegnata la mappa del rischio , evitando sovrapposizioni, il rischio sarebbe stato individuato e la Asl avrebbe potuto anzi dovuto intervenire con prescrizioni da adottare immediatamente. Nessuno può ritenere legittimo che i due macchinisti morti, in quanto lavoratori, avessero meno diritti di altri che operano in comparti in cui la Asl ha pieni poteri di intervento e questi poteri li usa correntemente. Il rispetto dei diritti dei lavoratori si sarebbe riverberato sul diritto degli utenti/passeggeri: la strage non si sarebbe verificata.

Infatti i lavoratori, lottando contro “l’uomo morto” hanno indotto la applicazione di misure tecnologiche davvero efficienti ma purtroppo, come abbiamo visto, non estese a tutto il territorio nazionale e certamente meno rispettate dove più i lavoratori sono stati “deboli”.

Ora seguiremo le indagini e i processi, avanzando istanza di costituzione di parte civile; lo faremo anche per la affermazione di questi principi, ma pure con alcune certezze; la prima è che questo lutto è troppo devastante per essere elaborato senza postumi ; la seconda è la amarezza di avere valide ragioni ed argomentazioni ma di essere arrivati ad affrontare il problema, ancora una volta, purtroppo, solo “il giorno dopo”. Né vogliamo produrre solo “parole” o solo “proteste”: ogni iniziativa autogestita a livello locale di solidarietà morale , materiale ed economica con le vittime ci trova disposti a metterci in sinergia con essa.

 

* medico del lavoro, “macchinista onorario” A nome di:

Centro “F.Lorusso”, circolo “Chico” Mendes, AEA-associazione esposti amianto e rischi per la salute Via Polese 30 40122-Bologna

 

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Effetti delle esposizioni ambientali ed occupazionali sulla mortalità della popolazione residente nell’area di Civitavecchia” è il titolo del rapporto presentato lo scorso maggio da un gruppo di lavoro guidato da Francesco Forastiere e da Carla Ancona del Dipartimento di epidemiologia del Lazio.

L’area che i ricercatori hanno studiato è quella del comprensorio di Civitavecchia, dove vivono circa 70.000 abitanti ed oggetto di interesse degli esperti epidemiologi per la presenza nella zona di centrali termoelettriche (Torrevaldaliga Nord e Torrevaldaliga Sud), del porto, che ha visto crescere le sue attività e di conseguenza l’inquinamento dell’aria e per il traffico veicolare. Erano, inoltre, in passato in attività ancora un’altra centrale termoelettrica ad olii combustibili ed un cementificio.

I ricercatori hanno associato ad ogni abitante una misura di quanto la zona in cui vive è stata colpita in passato dall’inquinamento industriale ed hanno verificato quanto questa misura è pericolosa per la salute. Hanno cioè calcolato quant’è il rischio di morire per aver vissuto in una zona dove si respira aria inquinata dalle diverse industrie. I ricercatori hanno anche studiato il rischio di morire tra le persone più povere rispetto alle più ricche e tra i lavoratori di diversi settori di attività economica, per esempio edilizia, porto e trasporti, rispetto ai lavoratori del settore servizi, per esempio banche e assicurazioni.

Gli abitanti delle zone più povere del comprensorio di Civitavecchia hanno un rischio più alto di morire per malattie cardiovascolari, +26%, o respiratorie, +57%, rispetto agli abitanti delle zone più ricche. A parità di età e indipendentemente dall’inquinamento della zona, i poveri muoiono prima dei ricchi. Questi risultati non sono nuovi ma sono stati già registrati in altri studi.

Per quanto riguarda, invece, l’inquinamento, quanto maggiore è l’inquinamento della zona dove vivono gli abitanti del comprensorio di Civitavecchia tanto maggiore è il rischio di morire per tumore, +11%, e per le malattie cardiache, +12%. Il rischio di morire a causa dell’inquinamento, scrivono i ricercatori, si somma al rischio di morire a causa della condizione di povertà e concludono che bisogna intervenire “limitando la esposizione della popolazione a tutte le fonti inquinanti presenti sul territorio legate agli impianti energetici, al riscaldamento, al traffico stradale e al traffico marittimo”.

Lo stesso gruppo di lavoro sta conducendo un analogo studio su un'area comprendente 7 comuni della provincia di Brindisi i cui risultati dovrebbero essere resi noti nel prossimo autunno. Le caratteristiche dell'area brindisina sono molto simili, sia pure in peggio, a quelle di Civitavecchia.

Il report su Civitavecchia è integralmente consultabile al seguente indirizzo web:

http://www.civitavecchia.gov.it/wp-content/uploads/2016/05/rapporto-DEP-Lazio.pdf

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