Salute Pubblica

Salute Pubblica riunisce un gruppo di studio permanente che vuole mettere in luce il significato reale di Salute. La Salute è Pubblica perchè diritto fondamentale di tutti. Diritto che deve essere tutelato nella realtà lavorativa, sociale e ambientale in cui ciascuno di noi vive ed opera. La Salute è determinata non solo dalla conoscenza tecnico-scientifica ma soprattutto dal sapere delle persone, di tutti noi, in quanto titolari della Salute stessa.

Salute Pubblica, pertanto, si propone di raccogliere e dare voce ai saperi soggettivi che provengono dal vissuto concreto sì da portarli a livello di sapere ufficiale. Sapere ufficiale oggi fin troppo conformato alle logiche liberiste dominanti.

Salute Pubblica è un'associazione autofinanziata non riceve contributi pubblici nè da imprese commerciali ed industriali ma solo da privati cittadini.

di Giovanni Peronato

 

Era un’asserzione lo slogan del 1963 che rilanciava la Coca-Cola nel mondo, ma oggi potrebbe essere interpretato come una domanda.

Dagli anni ’50 e per quasi 40 anni l’industria del tabacco, per far fronte ai nuovi dati della ricerca scientifica e ad un possibile calo nei consumi, aveva ingaggiato una strenua battaglia con campagne di disinformazione che mettevano in dubbio il nesso fra fumo e malattie cardio-polmonari, compreso il cancro al polmone.

Un’ottima strategia di marketing, quando i consumi calano per ragioni di salute, è quella di confondere le carte in tavola.

Analogamente a BigTobacco, Coca-Cola si sente assediata dalle informazioni sul ruolo negativo nell’assunzione di zuccheri semplici e dalle mosse ufficiali di alcuni governi, come il UK, Francia, Messico e Ungheria, di tassare le dolci bollicine, o da analoghi provvedimenti di alcune municipalità come S. Francisco e Chicago.

 

Il consumo di Coca-Cola negli USA si è progressivamente ridotto negli ultimi 30 anni, è calato dello 0.9% nel 2014 e dell’1,2% nel 2015, anno in cui persino la Diet Coke ha visto vendite ridotte del 5.6% ( -5,8% anche per la concorrente Diet Pepsi).

 

Ora, attraverso 40 pagine fitte di dati, il gruppo no-profit The Praxis Project ha accusato il colosso delle bevande zuccherate e l’ABA (American Beverage Association) di ingannare il pubblico attraverso una informazione distorta che minimizza i danni alla salute dei soda beverage.

La denuncia è stata depositata il 4 gennaio 2017 a Oakland, presso la Corte distrettuale della California, e si propone di fermare la campagna pubblicitaria che nega l’associazione fra bevande zuccherate, obesità, diabete tipo 2 e cardiopatie. Con questa iniziativa si vuole anche dare lo stop alla massiva campagna promozionale nei confronti dei minori di 12 anni, contrariamente allo stesso codice comportamentale di marketing sbandierato dalla stessa Coca-cola. Una lattina di coca al giorno può far incrementare il peso corporeo di 7 Kg in un anno e i minori non sempre fanno attività fisica sufficiente.

Come sottolinea Nancy Huehnergath sulla pagina web di Forbes, anche se non avesse successo, l’accusa lanciata contro Coca-Cola, produrrà benefici attraverso una ricaduta positiva nell’informazione relativa ai danni delle bevande zuccherate.

 

Ci siamo mossi - ha dichiarato Xavier Morales, Direttore del Praxis Project - perché il prezzo pagato dalla nostra comunità in termini di peggioramento della salute, aumento dei casi di diabete e di amputazione, è troppo alto.

Uno degli avvocati patrocinatori della causa, Maia Kats. ( del Center for Science in the Public Interest) ha dichiarato che Coca-Cola vuol fare percepire il consumo di bevande zuccherate come intrinseco ad una dieta sana, se unito a moderata attività fisica. E’ soltanto rinunciando all’attività fisica che lo zucchero può essere nocivo, mentre al contrario esso viene completamente metabolizzato con il movimento.

 

Coca-Cola e ABA ( associazione in gran parte finanziata dalla prima) hanno ingaggiato medici e ricercatori come Steven Blair, nutrizionista, che ha sostenuto che non esistono evidenze definitive che leghino lo zucchero all’epidemia di obesità presente negli USA.

La linea di difesa rimane la costante attenzione che Coca-Cola pone alla salute dei consumatori, tanto che dal 2014 sono stati lanciati sul mercato più di 100 prodotti a basso o zero numero di calorie.

Sempre allo scopo di ridurre il numero di calorie assunte ogni giorno dagli americani, Coca-Cola si è impegnata a ridurre il volume delle confezioni e dal 2025 (sic!) 2/3 dei suoi prodotti non conterranno più di 100 calorie per 12 once (la lattina da 355 mL ora ne contiene 144).

Nel 2014 Coca-Cola ha speso 22 milioni$ in programmi di “attività fisica” nei quali pubblicizza i suoi prodotti, per rafforzare la convinzione che un breve esercizio fisico permette di ‘bruciare’ lo zucchero mentre il resto della bevanda contribuisce all’idratazione, sostenendo che la maggior parte della popolazione non beve abbastanza.

 

Già nel 2015 il New York Times aveva riportato i finanziamenti di Coca-Cola a vari ricercatori perché sviassero l’attenzione dei consumatori sullo zucchero, concentrando i danni alla salute esclusivamente sulla mancanza di attività fisica

Un recente articolo pubblicato dall’American Journal of Preventive Medicine, riporta come Coca-Cola e Pepsi abbiano sponsorizzato più di 100 associazioni che si occupano di salute, perché mitigassero i dati presentati al pubblico sul consumo di zucchero negli Stati Uniti. (http://edition.cnn.com/2016/10/10/health/soda-companies-health-funding/)

 

Come ricorda Praxis Project, le bevande zuccherate sono la principale fonte di zuccheri semplici nella dieta di un americano medio. Il diabete è aumentato del 50% in California fra il 2001 ed il 2012 e con il trend attuale si prevede che il 50% dei nuovi nati latino-americani e afro-americani svilupperanno il diabete nel corso della loro vita. Nel 1984 il 9% degli abitanti della California era considerato obeso, oggi lo è il 25% e lo sarà il 47% nel 2030 se la tendenza attuale non si inverte.

Una Coca da mezzo litro contiene 12 cucchiai da tè di zucchero, quando l’America Heart Association, raccomanda non più di 9 cucchiai al giorno per i maschi e 6 per le femmine ( un cucchiaio da tè di zucchero = 16 cal.).

Riassumendo : Things go better with coke?

(1) Una breve ricerca in rete  stimolata dalll'iniziativa sostenuta dal “Centre for Science in tha Pubic Interest” http://us14.campaign-archive2.com/?u=9369cc906ea9ac419431035a1&id=cf41ac270c&e=7f0313b2f7

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Vito Totire*

Capodanno 2017. Bilancio sempre grave

Grosso modo , come da previsioni, si registra un lieve calo dei feriti; 184 rispetto ai 190 del 2016;

44 di queste persone sono state ricoverate in ospedale e di cui 12 con prognosi superiori a 40 giorni (furono 16 l’anno precedente); la fonte di quest’ultimo dato è “Il fatto quotidiano”; pare evidente che per questi 12 “infortuni” ci aspettiamo la apertura di inchieste per lesioni colpose !

risultano aumentati però i bambini colpiti (48 rispetto ai 38 del 2016) e aumentati pure gli interventi dei vigili del fuoco (674 rispetto ai 660 dell’anno precedente); è ben verosimile che questi “numeri” sottostimino quanto veramente accaduto; certo non per fatti particolarmente gravi che inducono chiunque ad andare al pronto soccorso; parliamo di ustioni lievi soprattutto in territori dove vigevano divieti e restrizioni;

da sottolineare che eventi infortunistici si sono verificati anche in aree in cui i sindaci avevano emanato ordinanze restrittive (vedi infortuni di Bologna e s. Lazzaro di Savena);

complessivamente, come già detto: lieve calo degli infortuni; frutto di una evoluzione positiva dei “costumi” o effetto della minore disponibilità di denaro da sprecare? Difficile dirlo; impossibile comunque parlare di un “miglioramento” sensibile della situazione; rimane per esempio un riscontro negativo che riguarda la situazione del sud rispetto al nord (I casi più gravi in Puglia, secondo Il fatto quotidiano; in particolare a Bari, comune limitrofo di Modugno!!!); avremo modo di tornare su questa “contraddizione” ;

peraltro rimangono infatti i problemi di sempre:

  1. inquinamento dell’aria , difficile da monitorare ma inevitabile;

  2. anche il danno agli animali è ben difficile da monitorare e, addirittura, abbiamo assistito alla divulgazione di consigli (compresa la somministrazione di farmaci) per ridurre il distress subito; anche qui è ovvio: prevenire è meglio che curare;

  3. permanenza di gravi rischi in fase di produzione, stoccaggio, commercializzazione;

  4. contraddittorietà, fino a l’assurdo, dei “divieti locali”; il più contraddittorio quello del comune di Ozzano Emilia che ha concesso il via libera all’uso dei fuochi per alcune ore; cionondimeno abbiamo espresso solidarietà alla sindaca del comune di produttori e commercianti; i divieti locali sono stati positivi ma insufficienti in quanto non vanno alla radice del problema;

  5. i divieti non dovrebbero riguardare solo l‘uso “privato” ; in alcuni territori si sono alternati blandi divieti e uso autorizzato per manifestazioni pubbliche; in realtà la materia prima ed il ciclo produttivo di botti e fuochi pirotecnici coincidono; rischi e inquinamento sono sovrapponibili anche se in alcuni casi (cosiddetti botti “illegali”) il rischio giunge a livelli parossistici.

Una questione mondiale.

36 morti e un centinaio di dispersi per esplosioni verificatesi nella “mecca dei fuochi pirotecnici” in Messico . Cosa altro aspettiamo per muoverci?

Si avvicinano giorni di spreco e di inquinamento; ogni volta, soprattutto dopo la notte di capodanno, assistiamo al triste bilancio di feriti e morti da petardi e fuochi di artificio;

a monte di queste finte manifestazioni di festa ci sono condizioni di lavoro e di rischio bestiali per la produzione dei cosiddetti fuochi pirotecnici (non è un caso che la provenienza della merce è la Cina, Albania e territori con analoghe contraddizioni, vedi la recentissima strage in Messico).

Sono rischiosi, sono inquinanti (tossici, nocivi, allergizzanti) , spaventano gli animali.

La nostra proposta (da sempre) è : risolvere il problema alla fonte evitando la produzione;

l’obiettivo è ancora lontano (soprattutto se vediamo il quadro planetario); ma non sottovalutiamo il buon senso che può sempre allargarsi e neanche sottovalutiamo le nostre pur modeste “campagne” di prevenzione;

Decisioni contraddittorie

La situazione è contraddittoria ; fatti di cronaca , apparentemente, marginali rilanciano la discussione in un clima che tende al silenzio e alla omertà; il Tar del Lazio , su istanza di produttori e commercianti, blocca la ordinanza della sindachessa di Roma; questo evento “politico” stimola la catalessi degli organi di informazione che dicono, a latere, “però: duemila sindaci italiani li vietano…”; tra questi il sindaco di Grumo Appula comune in provincia di Bari salito alle cronache per l’iniziativa inaccettabile di un parroco (non sappiamo se il “don” spara pure i botti alla festa del santo…).

A noi comuni mortali che viviamo alla periferia dell’impero la situazione non è chiara:

il sindaco di Bologna vieta(per carità, solo pochi giorni…) , quello di Ozzano dice: “Va be’ un paio d’ore si può…”; tra l’altro vuol dire che chi pensava di lanciare botti a Bologna farà un salto a Ozzano oppure il sindaco intende consentire due ore ai soli residenti e un’ora a chi ha il permesso di soggiorno in regola.

Stante questa situazione a “vestito di arlecchino” le aziende produttrici insistono con le loro pubblicità/regresso: “acquistate i nostri ché sono “sicuri”; pubblicità che ricordano quelle delle multinazionali di tabacco quando mettono in guardia contro le sigarette di contrabbando che “sono nocive…” mentre le altre…

Oltre al problema dell’uso “privato” di botti e petardi c’è il problema dell’uso in manifestazioni di fuochi artificiali ( anche spettacoli cosiddetti “piromusicali”, simulazioni sceniche di incendi, pataccate varie, ecc. vedi Ferrara, Rimini, ecc.) ; l’uso nell’ambito di manifestazioni autorizzate funziona da fattore di “dissonanza cognitiva”, cioè la alternanza di autorizzazione e divieto crea confusione; come spiega dice però correttamente un produttore di fuochi in una intervista ad un quotidiano nazionale oggi : c’è continuità tra fuochi artificiali da spettacolo e petardi da bullo di quartiere;

Conclusioni

Certamente i “botti” non sono l’unico elemento o connotato di una modalità consumistica della gestione del tempo libero e del divertimento; altre forme di spreco e di aggressività si sono accompagnate ai “festeggiamenti” e il divieto d’uso dei botti non risolve tutto , ma rimane un obiettivo congruo ed adeguato ad una politica più rispettosa dell’ambiente e della salute umana ed animale.

Realisticamente non abbiamo le forze per una legge di iniziativa popolare.

Lanciamo la palla “ a persone presenti in parlamento; intanto teniamo attive le antenne del nostro osservatorio anche, come già accennato, per seguire e sollecitare interventi della magistratura a partire dalle persone che hanno subito lesioni definibili come “colpose”.

Le osservazioni riassunte in queste note sono desunte da alcuni quotidiani; raccogliamo ulteriori informazioni ove possibile , da tutte le fonti disponibili. Stiamo lavorando con diversi interlocutori per cercare confronti ed anche per seminare dubbi: già con qualche risultato.

Continuiamo nel nostro percorso “contro la produzione di merci nocive e inquinanti” e per il divieto di produzione e d’uso di botti e fuochi artificiali.

Basta con la “logica del profitto” per pochi inquinatori che poi ricade sulla speranza di salute di tutta la collettività.

 

*medico del lavoro, psichiatra,

circolo “Chico Mendes"

via Polese 30 40122 Bologna

 

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UN APPELLO ALLA REGIONE PUGLIA

In data 6 dicembre, sul sito della Regione Puglia, è stato pubblicato, nell’ambito del Programma Operativo Puglia FERS 2014-2020, un avviso ai sindaci per l’individuazione di siti per la localizzazione di impianti per il trattamento della frazione organica con processo di digestione anaerobico integrato dal compostaggio aerobico, con cogenerazione di energia derivante dalla combustione di biogas, recuperato dal processo digestivo della frazione organica.

Si legge che la Regione Puglia intende avviare tutte le attività propedeutiche all’individuazione di siti utili alla localizzazione di tali impianti di cui intende cofinanziare la realizzazione nei termini previsti dall’art. 61 del Regolamento (UE) N.1303/2013del Parlamento Europeo.

Nell’avviso la Regione si spinge a definire questa tecnologia “consolidata e che assicura la massima tutela per la salute pubblica e la tutela dell’ambiente in tutte le sue componenti.”

 

Niente di più falso

C’è molta confusione sulla reale tipologia di questi impianti e sulle ricadute ambientali. Facciamo chiarezza. Questi impianti dovrebbero trattare la Forsu (frazione organica rifiuti solidi urbani) a cui possono essere aggiunti  alcuni rifiuti speciali non pericolosi (fanghi di depurazione, liquami, letame, scarti di natura animale) che, attraverso diversi processi produttivi, ricavano biogas e compost.

Il biogas ricavato dalla digestione anaerobica serve, attraverso la combustione, alla produzione di energia elettrica. Il digestato, anch’esso risultato della digestione anaerobica, viene convertito in compost con un successivo processo aerobico. La digestione anaerobica con biogas per la produzione di energia elettrica ha molte controindicazioni ambientali dovute principalmente alla combustione del biogas. Per meglio comprendere la pericolosità di questa tipologia di impianti occorre procedere con ordine e analizzare i possibili impatti ambientale e sanitari. Innanzitutto sarebbe meglio parlare al plurale (i biogas), considerando l’enorme variabilità della miscela che lo compone. Questa variabile è amplissima e dipende oltre che dalle matrici utilizzate anche dalle condizioni ambientali. I biogas più ricchi di contaminanti sono quelli derivati da discarica e da fanghi, ma anche quelli da rifiuti organici e agricoli non sono certo puliti e la loro combustione non è priva di conseguenze.

Le variazioni di composizione sono importanti perché comportano la presenza di composti dannosi per la salute umana e per l’ambiente quando vengono immessi in atmosfera. La grande variabilità del biogas dipende anche da altri parametri quali la composizione dei consorzi batterici e la loro efficienza nella produzione di metano. Indicativamente si può parlare di una composizione del biogas fatta principalmente da metano 54-64%, anidride carbonica 35-45%, azoto circa 1%. Si tratta di dati del tutto indicativi perché il biogas può variare moltissimo. La CO2 ha valori che possono oscillare tra il 10% e il 40% con effetti importanti sul potere calorifico e sulla formazione degli ossidi di azoto. Il biogas contiene componenti minori in tracce quali, idrogeno solforato e altri composti dello zolfo, silossani (composti organici della silice), composti aromatici e alogenati. Anche se le quantità di questi composti sono basse rispetto al metano, esse possono avere impatti ambientali pesanti sullo strato di ozono stratosferico, sull’effetto serra e sul peggioramento della qualità dell’aria a livello locale.

Agli effetti delle emissioni di composti nocivi vanno sommati quelli che riguardano i COV (composti organici volatili). Questi composti sono dannosi per l’ambiente e per l’uomo, poiché reagendocon gli ossidi di azoto formano ozono e smog per reazione fotochimica. L’esposizione prolungata a composti organici volatili può causare danni al fegato, reni e sistema nervoso centrale.

Oltre a presentare vari gradi di tossicità cronica i COV sono anche responsabili di odori molesti. L’esposizione a emissioni maleodoranti può causare sintomi secondari come nausea e ipersensibilità. I COV si formano anche per modificazione di composti già presenti durante il processo di digestione anaerobica.

Nel biogas da discarica e da fanghi le concentrazioni di COV variavano rispettivamente da 46 a 173mg/m3 e da 13 a 268 mg/m3. Nel biogas, inoltre, potremmo trovare composti alogenati rappresentati da sostanze contenenti cloro, bromo, fluoro e composti organo clorurati, la cui combustione a temperature inferiori ai 400° centigradi determina la formazione di diossine. La combustione del biogas direttamente da digestione anaerobica, oltre a immettere nell’atmosfera CO2 causa la formazione di polveri sottili (pm10), fini (pm2.5) e ultrafini (pm0.1).

Esiste anche un rischio microbiologico nella digestione anaerobica. Escherichia coli e Salmonella non sono abbattute completamente ma solo a livelli “accettabili” mentre nel caso dei fanghi di depurazione c’è un patogeno, Shigella, che alberga solo nell’intestino umano e che non è per nulla abbattuta nei biodigestorianaerobici. Nel caso di impianti che trattano anche fanghi di depurazione di acqua fognarie questo è un grave problema.

Questi e altri agenti patogeni sono stati rilevati nei digestati da diversi studi e ciò può rappresentare un rischio contaminazione nel caso di utilizzo di questo compost su terreni coltivati. Oltre a queste motivazioni la fitotossicità del digestato è stata attribuita all’elevata concentrazione di azoto ammoniacale che caratterizza tutti i digestati da digestione anaerobica e non solo quelli derivati da trattamento dei fanghi di depurazione.

La digestione anaerobica inoltre produce percolato e scarti non compostabili che devono a loro volta essere smaltiti come rifiuti speciali pericolosi e disposti in discarica.

Questa tipologia di impianti è inoltre energivora e solo con l’accesso  agli incentivi statali (incremento consistente del prezzo di acquisto da parte del gestore) e alla produzione di certificati verdi, evita di chiudere in perdita il ciclo produttivo. Spesso questi incentivi sono il vero core business di tali impianti.

I problemi che si pongono sono quindi molteplici: emissioni in atmosfera, polveri sottili, odori, scarti e rifiuti, rumori, rischi sanitari, rischi idrogeologici, traffico e inquinamento.

Altro che quanto dichiarato dalla Regione Puglia.

A questo punto ci chiediamo, chi c’è dietro questa scelta di puntare su una tecnologia che presenta notevoli rischi invece di sostenere le buone pratiche di recupero di materia attraverso impianti di compostaggio aerobici?

Ci chiediamo, come mai il Presidente Emiliano, che a parole dice di condividere la strategia Rifiuti Zero, si presta a queste operazioni unidirezionali verso impianti di questo tipo che, ovunque in Italia, trovano contrarie le popolazioni e le istituzioni locali?

Riteniamo gravissimo l’aver pubblicato questo avviso minimizzando i rischi di tale tecnologia, traendo così in inganno gli amministratori locali che si ritroverebbero sul loro territorio, a loro insaputa,  delle potenziali bombe ecologiche.

Chiediamo al Presidente Emiliano il ritiro immediato di questo avviso ai sindaci e la riformulazione dello stesso verso impianti di compostaggio aerobici per la produzione di compost di qualità.

Chiediamo inoltre un incontro urgente con il Presidente Michele Emiliano per esporre le succitate ragioni e le evidenze scientifiche che bocciano questa tecnologia.

Ricordiamo infine che questa priorità è dettata dell’art. 4 comma 6 del D.Lgs. n. 205/2010 (in recepimento della direttiva europea 2008/98/CE): «Nel rispetto della gerarchia del trattamento dei rifiuti le misure dirette al recupero dei rifiuti mediante la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio o ogni altra operazione di recupero di materia sono adottate con priorità rispetto all’uso dei rifiuti come fonte di energia».

FIRMATARI

Movimento Nazionale Legge Rifiuti Zero - Puglia

Federazione dei Verdi - Bisceglie

Federazione dei Verdi Manduria

Federazione dei Verdi Carovigno

Federazione dei Verdi Provincia di Brindisi

Coordinamento NOTriv Terra di Bari

Comitato Bene Comune Trani

Maurizio Portaluri, Associazione Salute Pubblica

AmbientiAmo Cerignola – Cerignola (Fg)

Comitato pugliese Acqua Bene Comune

L'Airone – Stornarella (Fg)

Capitanata Rifiuti Zero – Foggia

Comitato contro l'inceneritore di Borgo Tressanti – Cerignola

Movimento ilGrillaio Altamura

Forum Salute e Ambiente di Barletta

Convochiamoci per Bari

Consulta Comunale per l’Ambiente – Santeramo in Colle

Emanuele Larini – Galatina

Maria Lucia Tummolo– Stornarella

 

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"Il piatto é servito"! A chi? Ai tarantini? Troppo generico! A quelli che dalle emissioni ILVA, e non solo, hanno tratto più nocumento perdendo la salute, soprattutto i più poveri (con basso SES = stato socio economico, si dice in scientifically correct).

Più morti e più malati non bastano.


A Taranto si sapeva da decenni che la mortalità generale e quella per tumori e malattie respiratorie era più alta della media regionale e nazionale. Ma questo non bastava a dimostrare che la causa fosse il siderurgico con le sue emissioni o la raffineria o il cementificio. Eppoi con tutto il lavoro (ed i voti) che davano, chi ci pensava a disturbare il manovratore! A un certo punto il giocattolo si é rotto, é cresciuta la sensibilità ambientale, qualcuno, non le istituzioni, hanno trovato più diossina del lecito nei formaggi delle aziende agricole prossime al siderurgico e nelle cozze coltivate nel Mar Piccolo e quello che non avevano fatto le istituzioni politiche lo fa la magistratura : cercare di mettere un freno alla mattanza. Siamo nel 2012 ed il siderurgico viene sequestrato anche sulla base di una perizia epidemiologica che per la prima volta mette in relazione morti e ricoveri con le specifiche emissioni del siderurgico, circa trenta morti in più all'anno per tutte le cause. La perizia é ordinata da una giudice, la dott.ssa Todisco, GIP nel processo "ambiente svenduto" promosso dalla Procura della Repubblica di Taranto. Le istituzioni politiche sono prese in contropiede, soprattutto quella regionale ( a livello nazionale in realtà lo Studio SENTIERI del 2011 promosso dall'ISS, quindi dal Governo, aveva confermato con studi di  mortalità ciò che già si sapeva su Taranto). la Regione Puglia redige un mega progetto, 5 milioni, ingaggia uno degli autori dello studio giudiziario di Taranto, gli chiede di aggiornarlo al 2013 e di replicarlo a Brindisi, poi prevede studi di biomonitoraggio e di tossicologia, cioè di misurazione di inquinanti nel corpo umano e di prove di laboratorio in cui si cimentano in vitro le polveri inquinate di Taranto con le cellule del sangue per testarne la pericolosità. Intanto il comando politico alla Regione cambia. E cambia anche la direzione dell'Arpa che nella redazione del progetto aveva avuto un ruolo fondamentale. Arrivano i primi risultati : lo studio aggiornato su Taranto conferma la relazione tra eventi sanitari ed emissioni anche nei bambini, e registra una riduzione della emissioni dopo il 2012, cioè dopo il sequestro giudiziario. Il nuovo governo regionale considera lo studio una conferma alla propria propria richiesta di "decarbonizzazione" del siderurgico e lo stop ai decreti "salva ILVA" che sono delle licenze ad operare anche in violazione dei limiti emissivi previsti dalla legge. Ma stranamente il primo a prendere le distanze dallo studio epidemiologico è proprio uno dei suoi autori, il direttore dell’ARPA che lo aveva promosso: i dati epidemiologici non sono sufficienti, bisogna  fare gli studi tossicologici. Come un riflesso condizionato, quando qualche studio dimostra che l’inquinamento industriale fa morti e malati le prime ad intervenire, sminuendo e precisando, sono le istituzione ambientali e sanitarie, le industrie in genere tacciono.

Ci vogliono sempre altre evidenze.

Ed ecco che gli studi tossicologici erano già pronti a Roma. Non  bastava avere avuto per decenni una mortalità superiore a tutte le medie, non basta oggi neppure avere studi epidemiologici che dicono quanti decessi sono attribuibili a quelle emissioni, bisogna alzare l'asticella sempre di più. Bisogna dimostrare se quegli inquinanti penetrati nel corpo delle persone fanno davvero male più che altrove e se quelle polveri, estratte dai filtri delle centraline e cimentate con cellule del sangue, sono più nocive di quelle di un'altra città. L’onere della prova è sempre a carico delle vittime!
E questo é il menù del 7 dicembre a Roma preparato  dall'ISS, cioé dal Governo, dall'Arpa Puglia e dalla ASL di Taranto. Tre studi che dicono tre semplici cose. Le polveri sottili di due centraline di Taranto, messe a contatto con le cellule del sangue in laboratorio non sono più tossiche per le cellule immunitarie né favoriscono lo sviluppo delle cellule infiammatorie più delle polveri di alcune centraline di Roma. Un gruppo di donne con endometriosi a Taranto hanno un rischio proporzionale ai loro livelli di diossina nel sangue, ma l'endometriosi a Taranto é in linea con i dati nazionali. i bambini di Taranto hanno più disturbi del comportamento quanto più vicino vivono al siderurgico e quanto più piombo hanno nel sangue, ma non superano le percentuali nazionali, 10-15%. Certo, i ricercatori elencano tutti i limiti della loro ricerca, la sua relazione con il periodo attuale e non con il passato, e la solita conclusione: occorrono più studi, occorrono più fondi per la ricerca. Il Presidente della Regione non é soddisfatto e ritiene inaccettabile tanto piombo nei bambini, il Sindaco che era incredulo dinanzi ai morti in più dello studio epidemiologico, ora si dice rassicurato dagli studi tossicologici.


La politica non deleghi i suoi doveri alla scienza.

Il messaggio é chiaro ed é sotto forma di domanda: ma cosa volete a Taranto? Va bene i morti ed in malati in più,  ma le vostre polveri non sono più nocive che altrove. Chiudete la stagione della colpevolizzazione del siderurgico e scordiamoci del passato.
La scienza ha detto la sua e continuerà a farlo. Sappiamo che non é neutra neppure quando sceglie il disegno di uno studio e tira delle conclusioni. E non lo è neppure la  comunicazione dei suoi risultati, fatta a volte per tranquillizzare o solo per seminare dubbi.
A questo punto é necessario l'intervento della politica, cioè dei cittadini. Davvero si possono rottamare le evidenze epidemiologiche? davvero ci rassicura che le polveri di Taranto sarebbero tossiche quanto quelle di Roma? Che l'autismo e l'endometriosi sono nella quantità attesa? Taranto non é Roma e non é l'Italia, ha il 50% di famiglie a reddito medio basso ed i quartieri dove vivono i bambini con più piombo nel sangue sono anche i più poveri. Che senso ha confrontare una città  con una popolazione 10 volte maggiore con quella di Taranto?  E’ abbastanza inutile che il Sindaco di Taranto cerchi rassicurazioni nella scienza per prendere delle decisioni politiche. La ricerca scientifica e le politiche sanitarie e ambientali, ossia economiche, hanno statuti "epistemologici", ma soprattutto etico - politici, molto differenti. Quello che è necessario, sotto il profilo della prova e della certezza, nella prima, non lo è affatto nella seconda. Per una politica di sanità pubblica è sufficiente il principio di precauzione, o, come nel caso di specie, di prevenzione dato che di dubbi di nocività non ve ne sono più.

Non vi è dubbio, infine, che il surplus di malati prodotto dall’inquinamento industriale in questi anni e quello che, dopo la necessaria latenza, continuerà a presentarsi abbia diritto alle cure necessarie. E’ giusto quindi destinare a quell’area i servizi sanitari pubblici che occorrono. Costi esterni anche questi che come la bonifica devono essere imputati agli inquinatori e non alla collettività.

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Presentazione della Raccolta Periodica di Salute Pubblica dedicata a Nicola Lovecchio.
Contributi di Maurizio Portaluri, Stefano Palmisano, Giovanni Peronato, Vito Totire, Patrizia Gentilini. Foto Ida Santoro, Grafica Filippo Motole.


Contributi differenti su temi caldi, affrontati con un pensiero “libero”, che riguardano la salute dei territori e delle persone, dei bambini e dei lavoratori, come spunto di conoscenza e di riflessione per possibili soluzioni. 
Una pubblicazione dedicata a Nicola Lovecchio, scienziato scalzo, perché il sapere soggettivo che proviene dal vissuto concreto è molto più vicino alla realtà del sapere ufficiale. Dedicato quindi a chi ha pagato con la vita le contraddizioni del ricatto salute-lavoro. 
La raccolta, stampata in cento copie, è stata realizzata grazie ad un finanziamento del CSV Poiesis della provincia di Brindisi con il Concorso “COMUNICA LE TUE IDEE”.

Sfogliabile on line su issuu.com/salutepubblica

Venerdì 16 dicembre 2016 ore 19.00

con Marco ALVISI, ricercatore, Maurizio PORTALURI, medico oncologo, Ida SANTORO, fotogiornalista

Vineria Susumaniello a Brindisi

Incontro aperto al pubblico.

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